La longevità è scritta nel Dna? Ecco quanto conta davvero la genetica nella durata della nostra vita

Articolo di SoLongevity Research
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longevità
Uno studio condotto su coppie di gemelli innalza il ruolo della genetica nella determinazione della lifespan: da meno del 25% a oltre il 50%. Il commento di Alberto Beretta, Presidente e Direttore Scientifico di SoLongevity

Di cosa parla questo articolo

  • L’ereditarietà della longevità umana è stata storicamente sottostimata a causa dell’impatto delle morti per cause esterne.
  • Eliminando il “rumore” statistico di incidenti e infezioni, emerge che la componente genetica incide per circa il 55%.
  • Questa nuova stima allinea la determinazione genetica della durata della vita a quella di altre specie animali e di molti altri tratti fisiologici umani.
  • Per Alberto Beretta, Presidente e Direttore Scientifico di SoLongevity, questo studio cambia il paradigma della ricerca sulla longevità

Quanto pesa la genetica sulla longevità? E cioè: sono i nostri geni che determinano quanto a lungo vivremo? Per decenni, la comunità scientifica ha dibattuto su questa domanda, con studi che attribuivano al DNA un’influenza modesta, stimata tra il 6% e il 25%. Ora, però, una nuova rigorosa ricerca condotta da un gruppo internazionale di scienziati e pubblicata su Science suggerisce che queste stime sono troppo basse. Una volta corretti i dati, emerge infatti che l’ereditarietà della durata della vita umana intrinseca sarebbe di circa il 50-55%, un valore in linea con altri tratti fisiologici complessi.

L’ereditarietà e la mortalità per cause fortuite

Per comprendere questa scoperta, bisogna distinguere tra due tipi di mortalità:

  • Mortalità Estrinseca: Decessi causati da fattori esterni al corpo, come incidenti, omicidi o malattie infettive.
  • Mortalità Intrinseca: Decessi derivanti da processi biologici interni, come il declino cellulare e le malattie degenerative legate all’età.

L’ereditarietà è una misura statistica che indica quanta parte della variazione di un tratto (in questo caso, la longevità) in una data popolazione sia dovuta a differenze genetiche. Il problema degli studi precedenti, scrivono gli autori, è che si basavano spesso su coorti storiche (XVIII e XIX secolo) con alti tassi di mortalità estrinseca. Secondo i ricercatori, la mortalità estrinseca agisce come un fattore di disturbo che maschera il segnale genetico, abbassando artificialmente l’impatto della genetica.

Immaginiamo di avere due orologi identici, costruiti esattamente con lo stesso materiale e lo stesso meccanismo (proprio come i gemelli identici hanno lo stesso DNA).

Se mettiamo entrambi gli orologi in una stanza protetta, si fermeranno quasi contemporaneamente a causa dell’usura naturale dei loro ingranaggi interni. In questo caso, è evidente che la loro “durata della vita” dipende dalla qualità dei pezzi con cui sono stati costruiti (la loro genetica).

Immaginiamo ora di mettere gli stessi orologi in una piazza affollata. Uno viene schiacciato da un’auto dopo due giorni, mentre l’altro continua a ticchettare per dieci anni finché non cade un mattone e lo distrugge. Se guardassimo solo i dati di quando si sono fermati, potremmo concludere erroneamente che il modo in cui sono stati costruiti (la genetica) non conta nulla, visto che uno è durato pochissimo e l’altro molto.

Modelli matematici e studi sui gemelli

Da qui l’intuizione. Analizzando i dati di tre grandi database di gemelli (danese, svedese e lo studio SATSA) e dei fratelli di centenari statunitensi, i ricercatori hanno applicato la formula di Falconer, che confronta la correlazione della durata della vita tra gemelli monozigoti (MZ), che condividono il 100% del genoma, e gemelli dizigoti (DZ), che ne condividono circa il 50%, ed hanno utilizzato modelli matematici avanzati per separare i componenti intrinseci ed estrinseci della mortalità.

“Dna, mezza longevità”

Arriviamo ai risultati:

  1. Raddoppio delle stime: Come anticipato, quando la mortalità estrinseca viene rimossa dai calcoli, l’ereditarietà della longevità sale dal comune 20-25% a circa il 55%.
  2. Validazione storica: Nello studio SATSA, i ricercatori hanno osservato che l’ereditarietà misurata aumenta naturalmente con il passare dei decenni (dal 1900 al 1935), man mano che la mortalità estrinseca nella società diminuiva grazie al progresso medico e sociale.
  3. L’Effetto dell’età di cutoff: La ricerca chiarisce anche come l’età minima di inclusione in uno studio (cutoff age) influenzi i risultati. Nelle popolazioni moderne con bassa mortalità estrinseca, includere i decessi precoci è fondamentale per catturare i segnali genetici della mortalità intrinseca.

Perché questa ricerca è importante?

Queste conclusioni sono sorprendenti perché allineano l’ereditarietà della longevità umana a quella osservata in altre specie, come i topi di laboratorio, e alla maggior parte degli altri tratti fisiologici umani.

Questo studio rafforza la logica dietro gli sforzi su larga scala per identificare varianti genetiche associate alla longevità e collegare queste differenze a percorsi biologici specifici che regolano l’invecchiamento. Se la genetica spiega metà della variazione della nostra durata della vita “biologica”, identificare i geni coinvolti potrebbe rivoluzionare la medicina preventiva e la salute pubblica.

Una nota di cautela

Sebbene la componente genetica sia più forte di quanto pensato, resta un 50% di variazione non spiegata. Questo “mancante” è attribuibile a influenze ambientali (stile di vita, fattori socioeconomici), alla stocasticità biologica intrinseca (anche se due cellule hanno lo stesso DNA e si trovano nello stesso ambiente, possono reagire in modo leggermente diverso) e a modificazioni epigenetiche (che influenzano l’espressione dei geni). La genetica, insomma, non è un destino già scritto, ma una base fondamentale che ora sappiamo essere molto più rilevante di quanto la scienza avesse precedentemente ipotizzato.

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Uno studio che cambia il paradigma

“Per chi si occupa di medicina della longevità questi risultati sono un cambio radicale di paradigma – commenta Alberto Beretta, Presidente e Direttore Scientifico di SoLongevity -. Se da una parte è vero e scientificamente consolidato che lo stile di vita e l’ambiente – il cosiddetto esposoma –  in cui viviamo sono determinanti, dall’altra parte non possiamo immaginare di fare medicina della longevità senza aggiornare periodicamente le nostre conoscenze sui geni che la determinano.

E qui vorrei chiarire un concetto fondamentale. La ‘genetica della longevità’ – o, se volete rovesciare il concetto, la ‘genetica della mortalità’ – è il risultato della composizione di due categorie di geni diversi: quelli che controllano i meccanismi intrinseci dell’invecchiamento biologico (i famosi hallmarks dell’invecchiamento) e quelli che controllano il modo e i tempi in cui l’essere umano sviluppa le malattie legate all’invecchiamento.

Sui primi abbiamo ancora conoscenze parziali, concentrate su 3 o 4 geni apparentemente dominanti e ancora difficili da interpretare in ambito clinico. Saranno gli studi sui centenari a guidarci in questo campo. Sui secondi, invece, abbiamo a disposizione dati su migliaia di geni che, analizzati nel loro insieme, ci forniscono informazioni utilissime per la stratificazione del rischio specifico che ha una persona di sviluppare una certa patologia.

Quando riusciremo a integrare queste due tipologie di informazioni genetiche potremo finalmente capire perchè il 50% e non il 5% dell’invecchiamento è determinato dalla genetica. Sembra difficile ma, con l’arrivo dell’intelligenza artificiale, il traguardo è ormai alla nostra portata”.

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