Quanto ha a che fare la gastroenterologia con la longevità? Molto, perché c’è un legame profondo tra apparato gastroenterico, microbiotaL’insieme dei microrganismi (funghi) che popolano l’intestino. e invecchiamento biologico. Lo spiega bene Francesca Jaboli, gastroenterologa presso la SoLongevity Clinic di Milano, che esplora il concetto di infiammazione cronica di basso grado e di “Leaky Gut” (permeabilità intestinale). Il messaggio da portare a casa? Un approccio personalizzato e scientificamente fondato è la chiave per prevenire malattie degenerative e promuovere una longevità in salute.
Dottoressa Jaboli, in che modo la gastroenterologia si connette oggi al concetto di longevità?
“La gastroenterologia è strettamente collegata alla longevità perché l’apparato gastroenterico e il microbiota intestinale ne rappresentano il fulcro. Quello che mangiamo è direttamente responsabile delle nostre predisposizioni a sviluppare diverse condizioni. Lo stile di vita, l’alimentazione e lo stress influenzano il nostro metabolismo e il microbiota, determinando potenzialmente uno stato di infiammazione cronica a basso grado. Questa è un’infiammazione subdola e nascosta che non dà segni evidenti finché non si manifesta un deterioramento cellulare e tessutale, portando a un invecchiamento biologico più rapido“.

Checkup Longevità
Si parla spesso di “Leaky Gut” o permeabilità intestinale. Di cosa si tratta esattamente?
“Possiamo immaginarla come una parete intestinale “bucherellata”. In condizioni normali, la mucosa intestinale filtra ciò che mangiamo grazie a delle “giunzioni strette” (tight junctions), che agiscono come graffette che tengono unite le cellule. Quando c’è un’infiammazione cronica, queste giunzioni si allentano, creando dei pori. L’intestino perde la capacità di filtrare selettivamente le sostanze ingerite che vengono quindi assorbite e alimentano lo stato infiammatorio, danneggiando successivamente tutti gli organi del corpo. Questo meccanismo è un fattore comune a molte patologie, dalla celiachia alle malattie croniche intestinali, fino ai tumori”.
Quali sono i rischi a lungo termine di questa infiammazione e come possiamo misurarla?
“Se non contenuta, l’infiammazione può portare a malattie degenerative come il diabete mellito, patologie cardiovascolari, sindromi metaboliche con valori elevati di colesterolo e trigliceridi, e patologie neurodegenerative. Possiamo misurarla attraverso marcatori specifici nel sangue, come la proteina C reattiva (PCR) ad alta sensibilità, la ferritina (che se alta in assenza di carenze indica infiammazione), il fibrinogeno o il rapporto tra neutrofili e linfocitiI linfociti sono le cellule che costituiscono la porzione effettrice del sistema immunitario adattativo; essi sono in grado di generare e modificare gli anticorpi che in futuro riconosceranno gli antigeni. Sono presenti negli organi linfoidi primari, negli organi linfoidi secondari, nel sangue periferico e nella linfa (dove prendono il loro nome attuale).. Anche l’insulino-resistenza è un segnale di disfunzione metabolica legata a questo stato infiammatorio”.
Lei definisce il microbiota come un vero e proprio organo. Perché?
“Esattamente. Il microbiota è un organo a tutti gli effetti, tanto che può essere trapiantato. Portiamo con noi circa 2 kg di microrganismi responsabili di funzioni vitali: dal metabolismo glucidico e lipidico alla capacità cognitiva e alla qualità del sonno. Influenza persino l’equilibrio ormonale; ad esempio, l’estroboloma, la parte di microbiota che metabolizza gli estrogeni, si altera in menopausa, influenzando l’accumulo di grasso viscerale“.

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Come si interviene per invertire questo processo o prevenirlo?
“Il mio intervento primario passa attraverso l’alimentazione personalizzata. Non mi piace parlare di “dieta”, termine spesso vissuto come punitivo, ma di un approccio che diventi uno stile di vita quotidiano. L’obiettivo è modulare il microbiota per mantenere l’equilibrio glicemico e lipidico, riducendo l’infiammazione. Ad esempio, una corretta alimentazione favorisce la produzione di serotonina a partire dal triptofano nell’intestino, migliorando la qualità del sonno, fattori essenziali per rallentare l’invecchiamento dei tessuti”.
Quindi questi aspetti sono tutti integrati nell’approccio della SoLongevity Clinic e dei percorsi per la longevità in salute?
“Sì, il mio compito è di integrare le aree di diagnostica e check up e i protocolli terapeutici, in particolare nella sfera della nutrizione, ma anche di altri ambiti, come quello cognitivo e della salute del sonno, per migliorare la qualità di vita delle persone”.
Qual è il suo consiglio sull’uso dei probiotici e degli integratori, dato il grande affollamento di informazioni sul tema?
“È un campo in espansione ma complesso. Non esiste ancora un esame “gold standard”, ma alcuni laboratori offrono analisi dettagliate delle feci che funzionano come una “carta d’identità” del proprio microbiota, aiutandoci a capire quali probioticiAlimenti che contengono specifici ceppi batterici dell'ambiente intestinale. assumere. Un buon probiotico deve essere in grado di superare la barriera gastrica, contenere batteri vivi ad alta concentrazione e avere studi scientifici alle spalle”.
In conclusione, qual è il messaggio più importante che vuole trasmettere?
“L’informazione è fondamentale, ma bisogna diffidare dalle mode. Poiché siamo tutti diversi, l’intervento deve essere assolutamente personalizzato. Prima di ricorrere a farmaci o integratori, è essenziale partire dall’alimentazione. Senza questo passaggio, ogni altro intervento rischia di essere inefficace”.



