Il desiderio di vivere più a lungo e in salute ha reso popolari tecnologie e pratiche fino a ieri riservate a pochi. Dalle misurazioni metaboliche alle terapie endovenose, il mercato oggi offre “pacchetti” accessibili a tutti. Tuttavia, emerge un problema di fondo: spesso si guarda al prezzo o alla moda, ignorando che queste pratiche, se eseguite al di fuori di un contesto clinico rigoroso e senza un’anamnesi e valutazione medica approfondita, possono essere inefficaci o, peggio, rischiose.
“Il punto fondamentale non è che la medicina della longevità – che è una scienza seria e promettente – sia pericolosa in sé. Il rischio reale risiede nelle pratiche suggerite senza controllo, verifica e personalizzazione – spiega Alberto Cerasari, Direttore Sanitario e referente clinico di SoLongevity Clinic, a Milano – Ecco perché è necessario distinguere tra il semplice acquisto di un servizio e un percorso medico vero e proprio”.

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La diagnostica: misurare non significa saper valutare
Un esempio lampante riguarda la diagnostica, il punto di partenza di ogni percorso. Oggi si sente parlare moltissimo di misurazione del VO2 Max (la massima quantità di ossigeno che un individuo è in grado di utilizzare durante un esercizio fisico intenso), un ottimo indicatore della forma fisica e del potenziale di longevità.
“Molte strutture propongono questo test come un semplice numero da ottenere – precisa Cerasari – In una clinica specializzata, invece, la misurazione del VO2 Max è inserita in un test da sforzo cardiopolmonare (CPET) con elettrocardiogramma, eseguito da un medico. La differenza è sostanziale: mentre un semplice misuratore ti dice quanto ossigeno consumi, il test clinico valuta come il cuore e i polmoni reagiscono sotto stress. Questo permette di intercettare aritmie o rischi di ischemia che un fitness tracker o un test non medicalizzato non vedrebbero mai. Scoprire un problema cardiaco silente mentre si è monitorati in clinica è prevenzione e può salvare la vita”. L’idoneità a spingere il corpo al limite deve essere certificata da un medico, soprattutto in un’epoca in cui le malattie cardiovascolari sono in aumento.
Un discorso simile vale per l‘analisi della composizione corporea. Strumenti come la bioimpedenziometria, se non interpretati da uno specialista, possono fornire dati falsati perché sono condizionati da moltissimi fattori – come il grado di idratazione, il ciclo ormonale, l’alimentazione o da patologie pregresse – portando a consigli errati. Anche in questo caso la tecnologia è utile solo se c’è un “cervello clinico” che la guida.
Le terapie: perché serve la storia clinica
“Parlando di interventi terapeutici – continua Cerasari – il rischio aumenta quando si utilizzano tecnologie attive o sostanze, senza conoscere la storia clinica della persona”.
Fotobiomodulazione e terapia a raggi infrarossi, per esempio, sono spesso presentati in centri non specializzati come trattamenti di bellezza innocui, e vengono proposti a chiunque. In realtà, dato il loro effetto stimolatorio sulle cellule, possono avere delle controindicazioni in persone in gravidanza, con malattie dermatologiche pregresse o con una storia di malattia oncologica. “Stimolare l’attività cellulare in un soggetto che ha un rischio oncologico o una lesione cutanea sospetta senza una preventiva valutazione dermatologica è un azzardo – sottolinea l’esperto – Ancora una volta stiamo dicendo che la tecnologia è valida, ma necessita del filtro di un medico”.
Anche le supplementazioni endovenose, per esempio quella di NAD+, sono metodiche ampiamente utilizzate, ma non sono banali. Mentre gli integratori orali sono generalmente sicuri, la somministrazione endovenosa è una procedura medica a tutti gli effetti: può comportare sovraccarico per il sistema circolatorio o produzione di metaboliti che, in alcuni soggetti predisposti, potrebbero aumentare il rischio cardiovascolare. “Tachicardia, affanno o malessere durante l’infusione sono segnali che vanno gestiti da personale sanitario preparato – ribadisce Cerasari – Lo stesso vale per l’ossigeno-ozono terapia e per l’ipossia/iperossia intermittente. Non sono pratiche ‘per tutti’. Richiedono controlli pregressi e un monitoraggio durante la somministrazione perché mettono appositamente l’organismo sotto stress. E bisogna saper gestire le emergenze, per quanto rare”.

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Oltre il “pacchetto standard”: la medicina di precisione
L’errore più comune è acquistare “pacchetti longevità” standardizzati. La vera medicina della longevità è medicina di precisione: ciò che serve a una persona potrebbe essere inutile o dannoso per un’altra. Non esiste un protocollo uguale per tutti. “Un percorso serio inizia sempre con un check-up di inquadramento che valuta lo stato di salute globale per escludere terapie inutili e focalizzarsi solo su quelle necessarie – riprende Cerasari – Bisogna diffidare del termine “anti-aging” usato come slogan magico. L’obiettivo reale è ritardare l’insorgenza di malattie croniche e ottimizzare le funzioni vitali man mano che l’età avanza. Per farlo in sicurezza, la tecnologia è un alleato prezioso, ma solo se guidata dalla mano esperta di un medico che conosce, prima del ‘trend’, la persona che ha di fronte”.
All’interno di SoLongevity Clinic, il nostro check up di primo contatto, della durata di circa due ore con il Longevity Doctor per l’anamnesi iniziale, offre una prima proiezione importante dello stato di salute della persona: un punto di ingresso molto apprezzato e che diviene per noi il “la” per programmare un percorso.









