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Long Covid: i sintomi neurocognitivi a lungo termine (parte 2/3)

Articolo di SoLongevity Research
Le cause Al momento non esistono certezze sui meccanismi biologici alla base del Long Covid. Molti specialisti ritengono che si tratti, con tutta probabilità, di un insieme di sintomi eterogenei e con eziologia differente. Nel caso dei sintomi neurocognitivi del Long Covid, comunque, i principali indiziati sono due: l’azione diretta del virus sui tessuti del […]

Le cause

Al momento non esistono certezze sui meccanismi biologici alla base del Long Covid. Molti specialisti ritengono che si tratti, con tutta probabilità, di un insieme di sintomi eterogenei e con eziologia differente. Nel caso dei sintomi neurocognitivi del Long Covid, comunque, i principali indiziati sono due: l’azione diretta del virus sui tessuti del sistema nervoso e gli effetti dell’immunosenescenza e dell’inflammaging. Per quanto riguarda la prima ipotesi, non esistono ancora prove che Sars-Cov-2 infetti direttamente i neuroni, ma è stato notato che la malattia produce dei cambiamenti nel parenchima e nei vasi cerebrali e compromette l’attività della barriera ematoencefalica (aprendo probabilmente le porte all’arrivo di citochine periferiche nel cervello), tutte circostanze che possono comportare o peggiorare l’infiammazione dei tessuti cerebrali. È inoltre improbabile che sintomi che permangono a settimane e mesi dalla guarigione siano legati a un’azione persistente del virus, che solitamente viene eliminato dall’organismo entro la terza settimana dall’infezione. Mentre è facile ipotizzare che, almeno in parte, siano dovuti a fenomeni come la neuroinfiammazione, l’inflammaging (un’infiammazione cronica, di basso livello, dei tessuti cerebrali) e l’immunosenescenza, che esacerba gli effetti delle citochine, molecole coinvolte nei sintomi peggiori della malattia acuta, che potrebbero svolgere un ruolo anche nelle sequele di altri sintomi post-Covid.

A fianco di questi processi infiammatori è possibile che, almeno in alcuni casi, i sintomi del Long Covid siano legati allo stress subito dai tessuti cerebrali a causa di trombosi microvascolari e fenomeni neurodegenerativi. O, ancora, alla permanenza di frammenti virali, non più capaci di replicarsi ma in grado di interferire con il funzionamento del sistema nervoso centrale, e di dare vita a reazioni autoimmuni e fenomeni infiammatori localizzati. Nei pazienti più gravi, che hanno subito un ricovero in terapia intensiva, è impossibile infine escludere che i sintomi persistenti come l’annebbiamento (“brain fog”) e problematiche psichiatriche siano legati alle condizioni della degenza, ai farmaci e le terapie e allo stress psicologico. È noto, ad esempio, che il 20-40% dei pazienti che esce dalle terapie intensive (per qualunque causa) soffre di una qualche forma di deterioramento o deficit cognitivo.

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Nicola Palmarini è uno dei principali esperti globali di innovazione nell’invecchiamento e nella longevità ed è il direttore del National Innovation Centre for Ageing (NICA) del Regno Unito, un’organizzazione globale sostenuta da un investimento iniziale del governo britannico e dell’Università di Newcastle per aiutare a co-innovare – insieme ai cittadini e alle organizzazioni pubbliche e private – servizi, tecnologie e prodotti e a proporli al mercato attraverso modelli di business innovativi, etici e sostenibili. È membro del Comitato scientifico di SoLongevity.

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