Sindrome metabolica: cos’è, come diagnosticarla e come intervenire

Articolo di SoLongevity Research
Un italiano su 4 - e uno su 2 tra gli over 50 - soffre di sindrome metabolica. Ecco come diagnosticarla e come intervenire per ridurre il rischio di malattie metaboliche e vascolari

Di cosa parla questo articolo

  • La sindrome metabolica è una condizione clinica complessa che comprende almeno 3 diversi fattori di rischio per malattie vascolari
  • La prevalenza della sindrome metabolica in Italia è stimata in una persona su 4 e sembra essere destinata ad aumentare
  • La sindrome metabolica si può prevenire e contrastare efficacemente con lo stile di vita

Cos’è la sindrome metabolica

Tutti sappiamo che una dieta sregolata e scarsa attività fisica danneggiano la salute. Difficile, però, avere consapevolezza delle possibili conseguenze. Tra queste vi sono alcune condizioni che, se presenti contemporaneamente, assumono un nome ben preciso: sindrome metabolica. Pochi sanno di cosa si tratti esattamente, ed è curioso dal momento che a soffrirne in Italia è quasi metà della popolazione dai 50 anni in su (una persona su 4 in generale, secondo l’Istituto Superiore di Sanità). E la sua prevalenza sembra destinata ad aumentare.

I 5 criteri per la diagnosi di sindrome metabolica

La sindrome metabolica è un quadro clinico complesso, dato dall’insieme di più fattori di rischio per il sistema cardio-circolatorio. Le società scientifiche internazionali hanno individuato 5 criteri per diagnosticare la sindrome metabolica, che elenchiamo di seguito. Va sottolineato che esistono delle lievi differenze tra i valori indicati dalle diverse società, in particolare tra quella statunitense, quella europea e l’Organizzazione mondiale della sanità.

  1. Circonferenza addominale elevata, indice di obesità: uguale o superiore a 102 cm per gli uomini (94 cm se europei) e a 88 cm per le donne. L’Oms, invece, considera il rapporto vita/fianchi (vi è obesità viscerale quando supera lo 0,9 nei maschi e 0,85 nelle femmine) e/o un indice di massa corporea (IMC) superiore a 30.
  2. ipertensione arteriosa: ≥130/85 mm Hg (o 140/90 mm Hg secondo il Gruppo Europeo di studio della resistenza insulinica; o ≥160/90 mm Hg o assunzione di farmaci anti-ipertensivi, secondo l’Oms).
  3. Colesterolo HDL (quello cosiddetto “buono”) inferiore a 40 mg/dl negli uomini e a 50 mg/dl nelle donne (o a 39 mg/dl secondo le linee guida europee; o a 35 mg/dl nei maschi e 39 mg/dl nelle femmine secondo l’Oms).
  4. Trigliceridi elevati:  ≥ 150 mg/dl (anche secondo l’Oms, o ≥ 115 mg/dl secondo le linee guida europee).
  5. Glicemia alterata a digiuno: ≥ 110 mg/dl (o tra 110 e 126 mg/dl secondo le linee guida europee.

In generale, per la diagnosi di sindrome metabolica devono coesistere tre di questi parametri alterati. Secondo l’Oms, più nello specifico, deve esserci glicemia alterata (insulino-resistenza e altri due parametri alterati, tra i quali aggiunge la presenza di tracce di albumina nelle urine (microalbuminuria >20μg/min o rapporto albumina/creatinina >20mg/g).

Si stima che in Italia la sindrome metabolica colpisca quasi la metà della popolazione sopra i cinquant’anni

Ma, al di là della querelle scientifica su dove porre i limiti, il concetto (semplificando) è chiaro: obesità addominale, resistenza all’insulina e ipertensione arteriosa non solo rappresentano singolarmente dei fattori di rischio per la salute vascolare, ma sono interconnesse e, insieme, lo amplificano.

Con sindrome metabolica si identifica un insieme di condizioni che predispongono allo sviluppo di patologie come il diabete e a eventi cardiovascolari

L’eccesso di grasso corporeo viscerale (o addominale) può comportare unalterazione del metabolismo dei grassi e degli zuccheri (glucosio) e l’attivazione del processo di infiammazione cronica, che a sua volta può sfociare in insulino-resistenza. Il malfunzionamento delle cellule beta del pancreas, che producono insulina, ormone fondamentale per mantenere nella norma i livelli di glucosio nel sangue, favorisce l’insorgenza del diabete. Se il grasso viscerale aumenta, inoltre, provoca l’infiammazione che porta ad aterosclerosi nei vasi sanguigni, favorendo così le patologie cardiovascolari, ictus e infarti.

Prevenire per non curare

Tra le azioni utili a contrastare la sindrome metabolica, in cima alla lista c’è un’attività fisica regolare, perché “brucia” per primo proprio il grasso viscerale, facilita l’azione dell’insulina (e quindi la riduzione della glicemia), riduce i trigliceridi e aumenta il colesterolo HDL, oltre a diminuire la pressione arteriosa. Se si è abituati a uno stile di vita sedentario, occorre quindi cambiare le proprie abitudini, per esempio salire a piedi le scale, spostarsi a piedi o in bicicletta, parcheggiare l’auto un po’ distante rispetto alla destinazione di arrivo, evitare di passare seduti un tempo troppo lungo. Una persona con circonferenza addominale elevata, ma fisicamente attiva, ha elevate probabilità di non sviluppare diabete né sindrome metabolica.

L’attività fisica regolare e un’alimentazione equilibrata sono il primo presidio contro la sindrome metabolica

Soprattutto dopo i cinquant’anni è fondamentale mantenere uno stile di vita attivo

Un regime alimentare equilibrato e una distribuzione bilanciata dei pasti nell’arco della giornata sono particolarmente importanti, perché devono essere funzionali a contenere i picchi glicemici provocati dall’assunzione di carboidrati semplici. L’ideale sarebbe, quindi, suddividere la “giornata alimentare” in tre pasti e due spuntini, uno a metà mattina e l’altro a metà pomeriggio. In chi è a rischio diabete mellito, una strategia basata sulla riduzione superiore al 5% del peso corporeo, una percentuale di grassi non superiore al 30% delle calorie totali giornaliere, con restrizione dei grassi saturi, un aumento del consumo di fibre e attività fisica per almeno a 4 ore a settimana si è dimostrata efficace nel ridurre l’incidenza della malattia.

Ecco perché è importante controllare periodicamente il proprio peso, la circonferenza della vita, la pressione del sangue ed eseguire esami ematici mirati (glicemia, colesterolo totale, HDL, trigliceridi). Se la glicemia, il peso o la pressione arteriosa aumentano, la prima cosa da fare è rivolgersi al proprio medico. Va detto che, oltre ad abitudini di vita scorrette, esiste anche una predisposizione genetica alla resistenza all’insulina che deve essere attentamente monitorata.

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Bibliografia

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